L’idea è semplice e comprensibile: sempre più dispositivi indossabili — auricolari, occhiali smart, pin da giacca — ascoltano in modo continuo per attivare funzioni AI. Qualcuno ha deciso di costruire uno strumento per bloccarli. Il problema è che la fisica non collabora. Lo racconta Wired in un articolo dedicato allo Spectre I di Deveillance, un dispositivo sviluppato da un neolaureato di Harvard che punta a restituire alle persone il controllo sui microfoni che le circondano.
Lo Spectre I funziona emettendo segnali ultrasonici progettati per disturbare i microfoni dei dispositivi nelle vicinanze, rendendoli incapaci di captare l’audio in modo intelligibile. Il concetto non è nuovo — esistono ricerche accademiche su questo tipo di interferenza — ma portarlo in un prodotto consumer è un’altra cosa. Secondo Wired, i limiti fisici sono sostanziali: l’efficacia del dispositivo dipende fortemente dalla distanza, dall’angolazione e dal tipo di microfono del dispositivo bersaglio. In condizioni reali, la copertura è parziale e imprevedibile.
Questo non significa che il problema che Deveillance cerca di affrontare sia immaginario. Al contrario. La proliferazione di dispositivi AI sempre attivi è un tema concreto, e non solo per i consumatori privati. In un contesto aziendale, la questione diventa ancora più delicata. Pensate a una riunione del consiglio di amministrazione di una PMI manifatturiera, dove uno dei partecipanti indossa un paio di occhiali smart con microfono integrato e funzione di trascrizione automatica. Chi ha dato il consenso alla registrazione? Dove vengono elaborati quei dati? Chi li può leggere?
Le normative europee sulla privacy — GDPR in testa — si applicano anche a questi scenari, ma la consapevolezza pratica nelle aziende italiane è ancora bassa. Un responsabile HR di una media impresa, ad esempio, potrebbe non sapere che il dispositivo indossabile di un dipendente sta potenzialmente trascrivendo conversazioni interne durante le riunioni di team.
Il tentativo di Deveillance, per quanto tecnicamente limitato, ha il merito di portare attenzione su un problema reale. La soluzione non è un jammer ultrasonico — almeno non con le tecnologie attuali — ma una combinazione di policy aziendali chiare, consapevolezza dei dipendenti e, dove necessario, regole sull’uso di dispositivi personali negli spazi di lavoro sensibili.
Alcune aziende nel settore legale e finanziario hanno già iniziato a vietare l’uso di dispositivi indossabili smart nelle sale riunioni. Non è paranoia: è gestione del rischio informativo, la stessa logica che porta a non discutere di acquisizioni riservate in un bar affollato.
Perche conta. Fate un inventario rapido: nelle vostre riunioni interne, quanti partecipanti usano auricolari wireless, smartwatch con microfono o altri wearable connessi? Se non lo sapete, chiedete. Poi valutate se ha senso introdurre una regola semplice: nelle riunioni che trattano informazioni riservate — dati finanziari, strategie, dati di clienti — i dispositivi indossabili con microfono restano fuori dalla stanza. Non serve tecnologia per farlo: basta una decisione.